Questa mattina mi ha svegliato il titinnìo della pioggia sui vetri, e ho ricordato i temporali estivi della mia infanzia, l'abbuiarsi improvviso del cielo che si stendeva come una coperta sui prati, sui boschi e sulle case, mentre l'aria si faceva più fresca e cominciavano a cadere, lente e pesanti, le prime gocce, a preannunciare scrosci forti e continui da cui bisognava scappare.
Trovavo rifugio sotto il portico della mia casa. La nonna, quasi subito, mi chiamava per farmi rientrare.
Le ubbidivo malvolentieri, solo per evitare castighi; appena chiusa la porta mi mettevo davanti a una finestra a osservare lo spettacolo dei rami piegati dall'acqua e dal vento mentre la pioggia batteva sui vetri, incessante, la propria canzone... alle volte aprivo, di soppiatto, la finestra, appena un poco, solo per farmi bagnare le mani...
Poi, tutto taceva.
E ricominciavano a cantare gli uccelli e si poteva tornare di fuori e l'aria aveva tutto un altro profumo, di terra e di verde.
L'infanzia ha tempi lunghi, dilatati, perché siamo più attenti a quanto accade. Crescendo, rischiamo di diventare ciechi e sordi, storditi dall'angoscia di un vivere frenetico, dalle nostre paure, dalle nostre nevrosi, dalla necessità di produrre per vivere.
E quella musica, allora, non la sentiamo più.
*1) William Shakespeare
Trovavo rifugio sotto il portico della mia casa. La nonna, quasi subito, mi chiamava per farmi rientrare.
Le ubbidivo malvolentieri, solo per evitare castighi; appena chiusa la porta mi mettevo davanti a una finestra a osservare lo spettacolo dei rami piegati dall'acqua e dal vento mentre la pioggia batteva sui vetri, incessante, la propria canzone... alle volte aprivo, di soppiatto, la finestra, appena un poco, solo per farmi bagnare le mani...
Poi, tutto taceva.
E ricominciavano a cantare gli uccelli e si poteva tornare di fuori e l'aria aveva tutto un altro profumo, di terra e di verde.
L'infanzia ha tempi lunghi, dilatati, perché siamo più attenti a quanto accade. Crescendo, rischiamo di diventare ciechi e sordi, storditi dall'angoscia di un vivere frenetico, dalle nostre paure, dalle nostre nevrosi, dalla necessità di produrre per vivere.
E quella musica, allora, non la sentiamo più.
*1) William Shakespeare


